L'intervista doppia Timo-Veneziano
Egregio direttore prendo spunto per scriverle questa lettera dalle interviste fatte nei numero di febbraio a Osvaldo Veneziano e Franco Timo, rispettivamente presidenti nazionali dell'Arcicaccia da e della Federazione italiana della caccia. Una piccola premessa dovuta: sono un sodo attivo della Anlc e in più curo, da oltre un anno, un portale venatorio che fin da subito ha riscosso enorme successo, www. progetto-ambiente.info, nel quale è in atto un sondaggio con domande in parte simili alle questioni poste ai due presidenti nazionali. Partiamo da Osvaldo Veneziano. Lei inizia con una domanda su dove la caccia sta andando a cui segue la risposta di Veneziano asserendo che la caccia avrà un futuro roseo e possibile solamente se riuscirà a sviluppare relazioni con terze parti interessate, cioè agricoltori in primis. Nel sondaggio proposto da Progetto-Ambiente viene fuori esattamente la presa di coscienza dei cacciatori che la tutela e la stretta collaborazione tra attività vena-toria, agricoltura e tutela dell'ambiente siano oramai imprescindibili al fine di avere selvaggina con "S" maiuscola e un territorio il più possibile in perfetto stato. Di contro viene fuori, però, che sono pochissimi i cacciatori che ritengono sufficiente il rapporto ' tra caccia e agricoltura, a causa di comitati di gestione degli Atc preoccupati da altri fattori,
Personalmente credo che le associazioni venatorie che "piazzano" i loro assodati nei comitati di gestione degli Atc, debbano essere in grado di gestire realmente il territorio con conoscenza scientifica e pratica: ho visto fin troppe volte Atc che gestiscono superficialmente, e molto spesso in modo clientelare, il territorio per poi limitarsi a fine stagione al semplice acquisto di selvaggina di scarsa qualità. Un Atc ben gestito non si dimostra dalla quantità di abbattimenti, ma da//a qualità della selvaggina e dalla sana e corretta gestione.
Tasto delicato: l'associazionismo venatorio. Mai come in questi ultimi due o tre anni si è visto un allontanamento dei cacciatori dalle associazione venatorie. È inutile negarlo, ma sono sempre più i seguaci di Diana che ricorrono all'assicurazione privata, tanto che molte compagnie hanno fiutato il business. Ben il 45% dei cacciatori che hanno partecipato al sondaggio ritengono che nessuna associazione operi bene, il 55% ritengono che alcune operino bene e lo 0% crede che ci sia una associazione che si batta realmente per la caccia in modo serio e onesto, io credo che questo sia un dato allarmante. Per tutti "la guerra delle assicurazioni", come dice Veneziano, è sacrosanta verità, purtroppo. Neanche la vìa dell'assicurazione unica penso sia attuabile, vista l'enorme discrepanza che troviamo nel panorama delle assicurazioni proposte dalle associazioni venatorie. Per unire tutte le associazioni venatorie è necessario mettersi a tavolino, parlare, dialogare e soprattutto fare tutti un piccolo passo indietro per trovare pochi, ma imprescindibili punti fondamentali. Occorre tutelare tutte le forme dì caccia, dal cacciatore nel CA al semplice migratorista siciliano per passare dal capanno sta bresciano al segugista umbro, Occorre fare fronte comune anche sulle leggi comunitarie le quali non permettono, permettono e possono far derogare.
Il 95% dei cacciatori ritiene necessaria la rivisitazione della 757/92 proprio sui quei punti oggetto delle leggi comunitarie e cioè deroghe, tempi di caccia e specie cacciabili; altresì il 73% degli intervistati si ritiene insoddisfatto della 157/92. Per gli Atc ì cacciatori ritengono (36% e 38%) che bisogna fare profondi cambiamenti o le opportune modifiche, solo l'1% è soddisfatto dell'attuale gestione; il 59% chiede che vi siano pochi Atc per regione, il 29% che siano istituiti Atc provinciali, il 12% credono che molti Atc siano più facili da gestire. Il dato più curioso sugli Atc è quello espresso su chi dovrebbe essere la figura principale dell'Ambito territoriale di caccia, cioè il suo presidente: il 50% ha risposto che il massimo dirigente deve essere una persona esterna alle associazioni venatorie.
Tornando alle interviste, il dialogo si è spostato sul recente decreto Pecoraro Scanio e il disegno di legge Amato: sia Veneziano sia Timo, chi più chi meno, condannano i contenuti e i modi in cui sono nati, cioè senza o quasi dialogo con le parti interessate. Non possiamo essere altro che d'accordo. Non possiamo costringere, in un periodo dì crisi economica come questo, ad acquistare un nuovo mezzo dì caccia idoneo a sparare cartucce in acciaio oppure ad acquistare munizioni al costo di 50 euro a scatola nel caso di leghe particolari, così come riteniamo allucinanti tutte le peripezie per comprare o semplicemente detenere un arma come previsto dal disegno di legge Amato.
Nell'intervista con Timo si va a toccare un tasto delicato come quello del cinghiale. La caccia agli ungulati e la selezione in genere sicuramente sarà una delle forme venatorie di maggior spicco nel futuro, ma nel mio piccolo sta nascendo l'idea che si stia troppo enfatizzando questa forma di prelievo venatono a discapito e, soprattutto a discriminare se non disprezzare, storiche forme di caccia praticate nel territorio italiano. Sia chiaro, ben venga la selezione, ma che non si senta dire in giro, come sta succedendo sempre più spesso nei forum o in televisione, che l'unica caccia percorribile nel futuro sia la caccia di selezione o la caccia di specializzazione. Se così fosse dovreste spiegare al 78% dei cacciatori perché continuare a fare la licenza dì caccia. DÌ contro i cacciatori (il 78% per la precisione) ritengono che istituire un fondo italiano, prelevato dalla licenza governativa, per pagare ì danni causati dai selvatici sia più giusto che lasciare questo annoso compito a regioni, province o Atc. Concludo con un'ultima piccola percentuale che tutti i migrato-risti chiedono fortemente e cioè quello di avere un pacchetto di giornate (20/30), anche previo pagamento, per poter andare a trovare un amico residente in un Atc della Lombardia o della Calabria e passare una sana e divertente giornata di caccia. Ci sarebbe molto altro da discutere.
www.progetto-ambiente.info
RISPOSTA DEL DIRETTORE MASSIMO VALLINI
I due valenti collaboratori che hanno scritto le interviste sono Alex Guzzi e Riccardo Torchia. Ci trova pienamente d'accordo su molte sue considerazioni. Aggiungiamo che, anche da parte di molta stampa "specializzata" (quella stessa che sottolinea con enfasi la caccia di selezione), sembra di rilevare una decisa spinta verso la caccia "a pagamento", cosa che invece proprio non condividiamo.
La caccia al cinghiale ha visto un'espansione costante negli ultimi 20 anni. Comporta, però, in gran parte del Paese l'occupazione "fisica" del territorio, precludendo spesso nei fatti alternative venatorie. Va senz'altro meglio regolamentata, le situazioni sono diverse a seconda della zona, ma proprio per questo non mi sembra una buona idea lo stanziamento di un fondo nazionale per il risarcimento dei danni. La soluzione è sempre, a nostro parere, nella magica parolina "selezione" prima che nel "controllo". Qualora si renda necessario, però, è opportuno che a esercitarlo siano i cacciatori, magari proprio durante la chiusura della caccia. E meglio che sappiano esattamente cosa fare. Il concetto di caccia di specializzazione si inserisce in questo, è una tendenza in atto. Ed è la conseguenza della caccia programmata introdotta dalla legge 157/92. La specializzazione inizia dalla scelta in via esclusiva sul tesserino (perfettibile), prosegue con la scelta (o la domanda) di un Atc, si perfeziona con i gusti personali di ciascuno, a volte supportati da corsi e diplomi. Il vero problema è credere o voler far credere che una forma dì caccia o una specializzazione sia migliore dell'altra: in questo anche le "nostre" riviste dovrebbero essere più obiettive. La coesistenza di capannisti, cacciatori di anatidi, cinofili, segugisti, cinghialai, selecontrollori è possibile solo nel rispetto reciproco e in una gestione avveduta, che parta dall'ambiente disponibile e dalle sue risorse per renderne fruibile una parte alle diverse esigenze venatorie. Le associazioni non aiutano tanto nel necessario coordinamento tra le specializzazioni (come dice bene Stincardini, la distanza tra associazioni e cacciatori aumenta): ma gli Atc dovrebbero essere i "luoghi" del coordinamento. È la conoscenza del territorio che deve governare le specializzazioni. Quanto alle giornate di caccia fuori provincia alla migratoria (e alla possibilità per chi è in zona Alpi di avere anche un Atc di pianura, all'acquisto di diritti di abbattimento di ungulati in altra provincia o regione) si tratta di soluzioni condivisibili e attuabili con un minimo di buona volontà e buon senso. In alcune regioni tutto questo appare a portata di mano, mentre in altre si firmano ancora iniqui atti (notori) di fedeltà venatoria, in alcune aree si stila un piano faunistico migliore del precedente, in altre non ne esiste uno. Restiamo un Paese a velocità diverse, con aree di eccellenza e aree di vergogna civile in tutti i settori. Caccia inclusa. (M.V.)